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Discorsi dell'incontro con Letta al Soave

Pubblichiamo di seguito i nostri interventi all’incontro al Soave con Enrico Letta.

Discorso del segretario cittadino, l’introduzione di Giovanni A. Ghilardelli:

Buonasera a tutti,

e grazie per aver accolto l’invito del Partito Democratico per questa serata dedicata all’incontro con l’Onorevole Enrico Letta: il nostro vice segretario.

Il tema di questa nostra assemblea è, come avete potuto leggere nell’invito e sul volantino, la Buona Politica. Questa iniziativa si inserisce all’interno delle tante altre serate organizzate di recente sul territorio, chiude il percorso che ci porterà a uno dei momenti più importanti della vita del nostro partito a livello locale, la Conferenza Programmatica e ci prepara per la mobilitazione nazionale del prossimo sabato 11 dicembre a Roma in piazza San Giovanni.

La vostra presenza qui stasera dimostra dunque che il nostro partito è ben radicato nel lodigiano, come è stato anche appurato negli incontri precedenti, e che, al di là delle chiacchiere, il Partito Democratico c’è. C’è sui temi che contano: federalismo, scuola, ambiente, tutti argomenti di lavoro affrontati nelle serate precedenti. C’è come struttura organizzata e unita per condurre il paese verso giorni migliori. E, cosa più importante, c’è in mezzo alla gente, con i suoi volontari, i suoi militanti e i suoi dirigenti.

Stasera parliamo di buona politica. Ma cos’è in realtà la buona politica?

A mio modesto parere, e penso alla risposta più facile che mi viene in mente, la buona politica è quella che si mette al servizio del cittadino; che si fa mezzo utile per allargare la partecipazione e i diritti. È quella che fa e che decide nell’interesse di molti, possibilmente tutti, e non dei soliti noti.

La buona politica è quella che da’ l’equilibrio e la direzione a un paese.

Che tutela i diritti del lavoro cercando di mediare soluzioni condivise tra tutti i suoi attori.

Quella che discute di risparmio energetico fornendo risposte alternative e innovative ai problemi di dipendenza dai combustibili fossili.

Quella che affianca alle leggi del mercato alcuni dispositivi in grado di correggerne alcune forzature.

Quella che capisce l’importanza di una mobilità sostenibile e per questo incentiva e migliora il servizio di trasporto su rotaia piuttosto che quello su gomma.

Quella che garantisce il diritto alla felicità di ogni cittadino a prescindere dalla sua ideologia, credo o professione.

Questa, come detto è la mia opinione e credo quella di molte persone riunite qui stasera.

Adesso iniziamo pure la discussione con i nostri ospiti di stasera, tutti ottimi esempi di buona politica.

Iniziamo da Mauro Soldati segretario del PD lodigiano, membro del Consiglio Provinciale, ideatore della serata e tra i primi promotori della conferenza programmatica.

Vincenzo Ceretti, consigliere comunale di minoranza, che ci parlerà della buona politica applicata all’amministrazione locale.

E chiudiamo con l’onorevole Enrico Letta, già Ministro dell’Industria e segretario del Consiglio dei Ministri. Che ci farà un quadro delle iniziative del PD e ci illustrerà la situazione che si sta vivendo nel Paese e ci spronerà a essere tutti esempi di buona politica attiva.

( A seguito apriremo il dibattito con il pubblico per sapere qual è la vostra concezione di buona politica e per discutere e costruire una proposta condivisa. )

Chiudo rinnovandovi i miei migliori auspici per una buona serata a tutti!

L’intervento di Vincenzo Ceretti:

Giovanni parlava della buona politica applicata all’amministrazione locale.

Il mio intervento non può partire evitando un veloce sguardo alla realtà dell’Italia. Un Paese che è stato definito “in caduta libera” [Fondazione Zancan – Rapporto sulla povertà in Italia]. Una caduta senza paracadute se pensiamo, ad esempio, all’elemosina della “Social card” e al fragilissimo argine degli ammortizzatori sociali a fronte di un numero di poveri che dai sette milioni del 2007, primo anno della crisi, è cresciuto al ritmo di mezzo milione all’anno, con il potere d’acquisto di operai ed impiegati che nell’ultimo decennio si è ridotto di 2mila euro all’anno.

Ce lo ricorda anche l’ultimo rapporto Censis, pubblicato nei giorni scorsi [44^ Rapporto sulla situazione sociale del Paese]: la crisi non ha distrutto l’Italia, ma l’ha privata delle sue forze e dei suoi riferimenti più alti e nobili lasciando una scia di delusione anche in chi, negli anni passati, aveva fondato la propria speranza sul primato del mercato e poi sulla verticalizzazione e personalizzazione del potere. La crisi economica e sociale si è accompagnata ad una clima di totale e progressiva sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni che trova conferma, visibile e preoccupante, in occasione degli appuntamenti elettorali, dove si registra un progressivo ed inesorabile aumento di coloro che scelgono, volutamente e consapevolmente, di non andare a votare (anche a Codogno viaggiamo ormai sul 30% di astensioni, con una punta del quasi 40% alle ultime regionali).

La matrice culturale di questa deriva viene però da più lontano e da più in profondità rispetto alla crisi economica. Risiede infatti in una visione individualistica della vita dove i desideri diventano bisogni da soddisfare immediatamente e ad ogni costo, finendo per negare qualsiasi possibile convergenza attorno ad un’ idea, anche politica, di “bene comune” , che è appunto l’idea di un bene che è di ciascuno, proprio perché è, prima e in primo luogo, il bene di tutti. Da qui viene anche l’attuale modello di democrazia impoverita ed atomizzata nella quale i cittadini partecipano alle decisioni solo come individui o, ancor meglio, consumatori, che tutelano egoisticamente solo se stessi e i propri interessi. L’illusione di questo modello è stata ed è quella di ritenere che la soddisfazione libera degli interessi individuali possa, senza mediazioni di alcun tipo, realizzare, anche e semplicemente, l’interesse pubblico e di tutti. Non è così. E la crisi che stiamo attraversando è lì, drammaticamente, a ricordarcelo e a dimostrarcelo quotidianamente.

E’ possibile stare dentro queste sfide in modo diverso? Essere culturalmente e politicamente alternativi nella stagione, ormai lontana, della caduta delle ideologie, ma anche, in questi anni, della caduta degli ideali e forse anche delle buone idee?

Sì, e lo possiamo e lo dobbiamo fare attorno a parole antiche come le montagne, ma sempre nuove nella capacità di risvegliare la speranza e la fiducia, soprattutto nei momenti di prova e di difficoltà. Parole, che sono criteri dell’agire politico, come “persona”, “comunità”, “solidarietà” devono tornare al centro del nostro impegno. “Persona” e non semplice individuo/consumatore, “comunità”, e non solo mercato, “solidarietà”, e non solo libertà, le dobbiamo sfoderare dal nostro vocabolario con orgoglio e determinazione, sapendo che solo da qui possiamo costruire un Paese diverso da quello che stiamo vivendo in questi anni. Ancora, solo da qui possiamo costruire un’idea alta e altra della politica, una politica “laica” e aperta, cioè capace di riconoscere, valorizzare e integrare le istituzioni con le migliori espressioni del vivere sociale, e una politica in grado di esprimere di nuovo una concezione avanzata e convincente dell’uguaglianza e della giustizia sociale, perché è solo su basi di partenza che diano pari opportunità a tutti, che si possono realmente valorizzare i meriti e le capacità delle persone e dei giovani in particolare. Altro che l’ubriacatura di falsa libertà di questi ultimi anni che è servita solo a consolidare privilegi e rendite di posizione, gettando una generazione in braccio al precariato e allo sfruttamento dei più forti.

Missione impossibile? Forse. Ma è certo che il possibile non verrebbe mai raggiunto se non si ritentasse, ogni giorno e con coraggio, di raggiungere anche l’ideale e l’impossibile.

In questa sfida sta la missione del Partito Democratico, una sfida che ci è stata consegnata nel manifesto fondativo del partito, nel febbraio del 2007, poco più di tre anni fa, un manifesto che fu un vero e proprio atto d’amore per l’Italia, per la ricca umanità della sua gente e per il suo ineguagliabile patrimonio di storia arte e cultura. Un atto di fiducia che anche noi a Codogno abbiamo voluto raccogliere accompagnando nei ruoli di responsabilità del partito alcuni giovani che hanno realmente rappresentato un nuovo inizio per la politica codognese, un segnale di speranza capace di dare visibilità ad un partito che guarda al futuro e che non ha tempo da sprecare, perché c’è una comunità, una città, quella di Codogno, da rimettere in cammino.

Codogno viene da quindici anni di amministrazione di centro destra, ma non ho nessuna intenzione di annoiarvi elencando gli errori e le insufficienze di queste amministrazioni. Non ne abbiamo bisogno. E non ne abbiamo bisogno perché siamo convinti di aver messo in moto un percorso in grado di dare quel segnale di speranza che anche la nostra comunità chiede. Un segnale che superi le cupe paure dei localismi che avvelenano anche le nostre città, paure alimentate da chi inventa nemici e crea disgregazione per puro calcolo di convenienza elettorale.

Così dicevamo prima dell’estate: “definizione delle candidature, elaborazione dei contenuti del programma (quale idea di città abbiamo e quali obiettivi vogliamo raggiungere governando) e dialogo con la città (che poi, concretamente, è fatta di persone, associazioni, gruppi, realtà di quartiere) sono tre elementi di un circolo virtuoso che deve identificare il nostro modo di fare politica. La virtuosità del circolo consisterà nella condivisione e nella capacità di fare crescere le idee e le persone come parti vitali di una comunità che è capace di integrazione e di dialogo, offrendo a tutti la possibilità di esserci ed esercitare la propria sovranità di cittadini. Il messaggio alla nostra città deve essere chiaro: “Rimettiamo Codogno in cammino” e attorno a questo appello dovremo far convergere le forze politiche del centro sinistra, ma anche tutti quei cittadini che aspettano da tempo un segnale inequivocabile e credibile nel dare corpo e anima ad una vera alternativa all’attuale amministrazione”.

Come Partito Democratico noi vogliamo ripartire da una città amica. Una città che è la prima dimensione pubblica dell’esistenza. E’ il luogo della vita famigliare, dei rapporti sociali più significativi e, a volte, anche lo stesso luogo del lavoro e della vita economica e culturale. Il nostro Comune, dopo anni, deve tornare ad essere percepito come la casa di tutti, una casa comune nella quale non essere solo spettatori, ma anche protagonisti, protagonisti perché ascoltati, sempre, come cittadini e non solo consultati, ogni cinque anni, come elettori.

Proprio per questo il Partito Democratico ha posto le premesse e poi ha accompagnato e condiviso l’idea di una Lista civica in grado di coinvolgere le forze migliori della città, una Lista che non solo non si pone come negazione dei partiti, ma, al contrario, diventa strumento e condizione di possibilità per i partiti di svolgere realmente il proprio ruolo che, in fondo, è quello previsto dalla nostra Costituzione (art.49) cioè quello di essere strumenti attraverso i quali si può concorrere a determinare, con metodo democratico, le decisioni politiche.

E’ un “Patto territoriale di inclusione sociale” che stiamo offrendo a Codogno. Un patto che vuole coinvolgere in modo trasversale le generazioni, gli strati sociali e produttivi, le aree e i diversi quartieri della nostra città, attorno ad alcune idee-forza che intendono caratterizzare un’immagine diversa di Codogno rispetto al centro-destra. Qui ne cito solo quattro e per titoli:

L’idea di una sviluppo sostenibile (sviluppo sostenibile sotto il profilo urbanistico ed il consumo di suolo, ma anche sostenibile sotto il profilo di relazioni sociali capaci di integrare e di diffondere principi di legalità, condivisi e universali).

L’idea di una comunità solidale (che dica mai più “soli” e allo sbaraglio, ma al contrario “insieme” per affrontare le difficoltà del momento presente, insieme facendo leva soprattutto sulla famiglia, vero baluardo e rete di protezione contro la crisi, una crisi che ha caratteri non solo economici).

L’idea di condivisione e di partecipazione nella elaborazione delle decisioni più importanti per la città, perché un’azione amministrativa realmente finalizzata al bene comune non può essere ristretta prerogativa di un piccolo gruppo, pur eletto democraticamente, al quale immaginare di offrire una delega in bianco per cinque anni.

Infine l’idea di rinnovamento nella rappresentanza, aprendo ad una logica non solo di cambiamento generazionale, ma anche sforzandosi di rappresentare in modo più ampio e fedele i mondi vitali della ricca e variegata realtà di Codogno.

Su questo ci vogliamo misurare e su questo, con fiducia e determinazione, abbiamo intenzione di avviarci alla prossima sfida elettorale.

Non rubo altro tempo. Vi ringrazio dell’attenzione e lascio la parola al coordinatore della serata per la prosecuzione dei lavori.

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